L’eterno ripetersi – Racconto breve

Mi sono messo a leggere il tuo blog poco fa. Quello di splinder, linkato sul tuo profilo, ormai dal 2009 non più aggiornato. Ahimè, mi viene da dire.

E lo sto ancora leggendo, soffermato su un post intitolato ‘eri così bello..’.

In questo periodo mi sto innamorando del silenzio. Sempre di più.
Negli ultimi mesi mi sono accorto di volere troppo bene ad una persona che non riesco mai a vedere, che ha un carattere tutto suo, ma che è per questo eccezionale. E’ quel ragazzo ‘X’ che ti dissi che ha un volto per certi versi parecchio simile al tuo.
Accorgersene è stato come riavvolgere 8-9 anni e tornare al mio primo, forse unico, innamoramento per un ragazzo. E’ durato 5 anni e più. Ma solo dentro di me. Me ne innamorai a scuola, e prima d’allora avevo solo avuto ragazze, sessualmente e affettivamente. Allora ero molto vicino a quel che sono adesso. Molto solo e solitario, stronzo, duro, con me stesso e con gli altri.
Egli stravolse tutto. Mi amò. A suo modo, ma mi amò. Era bellissimo, era eterosessuale, ed io credevo di esserlo a mia volta, finchè non è arrivata la fine di Aprile, col suo ritiro da scuola: lui che mi salta in braccio, mi stringe, mi guarda diritto negli occhi e mi dice ‘fai il bravo. E non smettere mai di suonare. E fatti promuovere’.

Tralascio il trascorso di altri due mesi, coi suoi affanni, dolori, pianti e quant’altro, e arrivo alla fine di Gugno. Promosso. Due debiti formativi, e vabbè. Non potevo, non volevo mentirgli. Non più. Non ce la facevo più. Era come contenere un’esplosione nucleare. Ed io ero sempre più indebolito, più disciolto dalla dolcezza di quell’ammasso stellare di emozioni, quella nube gassosa di immagini, di cose realmente accadute. Era come non rispettarlo, come non rendergli nota la sua inaspettata, inevitabile specialità.
Alzai il cellulare, lo chiamai. Mi rispose una ragazza. La sua. Mi disse di richiamare l’indomani perchè si era allontanato lasciandole il cellulare, e così feci.
Mi rispose col consueto sorridere, col suo fare solare ed esuberante di sempre. Non era nella sua natura lamentarsi o dare a vedere una eventuale sofferenza, le viveva, presumo, solo dentro di sé.
Dopo le prime domande di circostanza arrivai al dunque, chiedendo di vederci. ‘Ti va bene Lunedì alle 16.30 fuori dalla scuola?’ disse – ‘Ok, perfetto, grazie stella.’, risposi.

Anche qui sorvolo. Gli dissi tutto, ma la cosa più incredibile che ricordo (anche se di fatto rammento ogni singolo spostamento d’aria quasi) è lo stato di pace e di calma che mi pervase quando pronunciai ‘Sei tu, quella persona.’.
Il peso era tolto. La forza esplosiva, annullata. Sfogata.
La sua reazione fu di sconvolgimento, inizialmente. Poi il tutto si ridusse a un ‘Lo sai che ti voglio bene un sacco. Se potessi ti farei felice, ma non posso, e so che lo sapevi già prima di dirmi tutto.’, detto piano, quasi sottovoce, quasi solo e soltanto per me.

Questi sentimenti incedettero nel tempo, come già detto, per ben 5 anni. Dopo quel giorno non lo rividi più, ed il suo numero diventò inattivo. Lo rividi più di un anno dopo, mentre ero sul bus per andare a lezione di pianoforte, un sabato pomeriggio. Lui era esattamente sotto di me, ma voltato.
Lo rividi pochi mesi dopo, ad un ingrosso. Io ne uscivo, lui entrava. Finsi una telefonata di mezzora e più per vederlo uscire, passarmi a pochi metri, e non accorgersi nemmeno che c’era qualcuno lì vicino. Quel qualcuno che ero io.
L’ultima volta durò mesi. E non nego che ricrollai dentro nel mio abisso di singulti in pieno. Lo avevo tanto cercato.. e dove stava? Ad un bar del centro, lavorando come cameriere.
Iniziai ad andarci. Mi riconobbe, mi tratto ancora con quell’affezione tutta sua, quell’apprensione morbida, quell’esuberanza vaporosa.
Organizzai una serata-drink proprio in quel bar un sabato, che cadeva esattamente nel giorno in cui, anni prima, gli dissi ogni cosa. Ma lui non c’era più. Aveva dato i giorni di anticipo e se ne era andato a lavorare col padre.

Sono passati ben 8 anni e mezzo.
No, non vivo più trascinandomi dietro queste cose. Ora le ricordo, me le porto dietro incise nella mia vita come le cose più importanti, più forti, più belle.
Negli ultimi 4 anni circa ho avuto 3 ‘relazioni’, conoscenze, amici trovati e persi, scopamici, frequentazioni vane, incontri che si sono rivelati speciali, e che tutt’oggi sono presenti più o meno spesso.
Ma questo tormento, in una versione forse meno ‘potente’, ma sulla stessa linea di condotta, è tornato a farsi sentire.
Perchè? Per chi?
Per la persona innominata a cui mi sono riferito inizialmente. Quella che ti somiglia di viso, quella che non riesco a vedere quasi mai, e spesso pure a sentire. Quella che, egualmente al ragazzo della scuola, mi ha sconvolto. Con la sua intermittenza, con le sue assenze, col suo carattere strano, forte, sincero. Con il suo non esternare il dolore  e farmi ridere quando i miei di dolori probabilmente, anzi, quasi certamente, sarebbero da meno, rispetto ai suoi.
Non ho spinto nulla, non ho forzato niente. Mi ci ritrovo involontariamente, trascinato, rapito, colmo di desiderio, di sapere di più, di stargli più accanto, se non addirittura a stretto contatto. Ci penso e ritocco intangibilmente le sue mani, la sua schiena, la sua testa rasata, la sua guancia barbuta. Piango, a volte. Mi arrabbio, anche. Mi sento spesso impotente di fronte a queste sue scelte improvvise di isolamento e riflessione. Ma ho fiducia, su questo non ho timore. Cosa che invece nelle mie ‘relazioni’ ho sempre avuto. E soprattutto: le relazione le ho volute, le ho cercate, costruite. Lui invece è un cratere che si erge da sé nella tranquillità cupa e silente del mio abisso, facendo tremare tutto. Il mio punto più basso è il mio cuore, e l’interiora del cratere è il suo. Legati da una distanza, da un’intesa. Dalla consapevolezza di esserci. Ed io che frequentemente mando messaggi, domande. Ed io che aspetto, con tutta la mia fatica e tutta la resistenza che posso. E sono ancora a quel punto, dove io divento cratere e lui abisso. Dove io voglio esplodere e dare in escandescenza ma non ho lo spazio per farlo e l’orecchio che lo ascolti, lo sguardo che porga attenzione. So che è facilmente imputabile tutto questo, il suo comportamento, il mio, ma se io in tutto questo mi sento ancora poco più che 16enne è forse anche ovvio che tutto ciò mi sovrasta, mi disarma, mi impone la voglia e il desiderio che non sia tale ad allora.

E’ come il chiudersi e riprendersi di un cerchio.
Eppure io mi auguro che il colore con cui sarà tracciato questa volta possa essere diverso. Eppure io mi auguro che tutto ciò che non ho considerato prima diventi ciò che mi accadrà.

Non so nemmeno perchè dico a te tutto questo. Di certo non t’importerà. Forse perchè ora che ormai non dico più nulla, e sono così ‘innamorato’ del silenzio, tu, che nella tua ‘ignoranza’ sei riuscito a farmi quanto meno scrivere ed ammettere sommariamente quello che mi succede, debba ricevere un mio stranissimo incomprensibile ‘grazie’.
Grazie, dunque, per stasera. Non ho compiuto nulla di ché, il tormento resta lì dov’è sempre, ma ho quanto meno tratto un respiro.

 

A. J. Enlightened

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~ di Andrew su 4 novembre 2010.

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